Da dove entra la luce – Clare Fisher

Clare Fisher nasce a Tooting e dopo aver studiato Storia a Oxford ha conseguito la laurea magistrale in Scrittura Creativa presso l’Università Goldsmiths di Londra. Nota al grande pubblico per essere un’insegnante di scrittura creativa e consulente editoriale nonché scrittrice di romanzi e racconti, la Fisher è dedita a molteplici progetti letterari e artistici.

Da dove entra la luce” (8tto edizioni) è un libriccino composto da sessanta racconti che oscillano tra il buio e la luce. Due poli tra loro estremi eppure inseparabili e inconciliabili. Sono fatti di materia, di sfumature, di varietà di colori, ma anche di sottili e sottese verità che, semplicemente, chiedono di essere rievocate.

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La casa sul lago della luna – Francesca Duranti

Classe 1984, La casa sul lago della Luna di Francesca Duranti (Premio Bagutta 1985 e finalista Premio Strega 1984) torna in libreria in una nuova e rinnovata edizione per mezzo della casa editrice viareggina La Vela. Protagonista dell’opera è Francesco Garrone, un uomo grande amante della cultura germanica, un avido e appassionato lettore che si mantiene con un non molto redditizio lavoro di traduttore.

Dall’indole malinconica e dalle origini aristocratiche, seppur la sua famiglia sia di fatto decaduta, il giovane incappa in una raccolta di elzeviri all’interno della quale rinviene la recensione di un libro del 1914 di cui ne esistono soltanto un centinaio di esemplari. Dal titolo “Das Haus am Mondsee”, ovvero, “La casa sul lago della Luna”, il testo appartiene a Fritz Oberhofer, scrittore viennese venuto a mancare poco prima della guerra. La curiosità per il nostro protagonista è tanta. È indeciso anche sul coinvolgere o meno il suo amico e collega/datore di lavoro Mario, nella scoperta, ma la voglia di attribuirsene il merito e di lavorare a pieno regime sullo scritto è troppo forte tanto da prevalere. Il saggio che conteneva l’accesso a Fritz Oberhofer non era infatti incluso nelle ristampe più recenti delle opere di Giorgio Pasquali, per questo era certamente poco probabile che altri studiosi si fossero messi alla sua ricerca.

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L’amore in Angola – Perla

L’ultimo giorno di Angola per me è stato il primo giorno di settembre.

Ovviamente dall’Angola ci sono uscita fisicamente ma il mio cuore – in buona parte – è rimasto lì.

Ma facciamo un passo indietro.

Ho varcato la frontiera tra Namibia (Oshikango) e Angola (santa Clara) il 2 agosto scorso. Sono entrata in quella regione del mondo con un po’ di paura in tasca ed un foglio bianco “in mano”, tutto ancora da scrivere. Senza nessuna informazione riguardo a quel paese, senza sapere la strada che avrei percorso, dove avrei dormito, il nome o il valore della moneta che avrei incontrato. Sono entrata “alla cieca” ed alla fine mi sono resa conto che entrare alla cieca in un paese significa pure entrare a braccia aperte. Non avere preconcetti. Significa che sarà più facile. E più vero. Significa, essere libera di comprendere davvero ciò che si incontra, senza un’idea dentro che già occupa uno spazio. Così è successo che in Angola ho salutato tutti… e tutti hanno salutato me! Le persone sedute a bordo strada, i conducenti delle vetture che mi sorpassavano, quelli delle vetture che procedevano in senso contrario, i bambini nei campi, la gente che si lavava nei fiumi o vicino ai pozzi…

Bom dia” – “Boa tarde” – “Boa noite”, un migliaio di volte al giorno, altrettanti sorrisi, altrettante mani alzate.

In Angola ogni volta che ho cucinato l’ho fatto almeno per sei persone perché – là – c’era sempre qualcuno che aveva più fame di me. In Angola ho ricevuto tantissimo. Tanto che mi veniva voglia di restituire e così è diventato un cerchio tra il prendere e il dare, un passamano costante, fino all’ultima ora. In Angola tutti sorridono e sono pronti a scherzare. Tutti sorridono. Nonostante la guerra passata, durata 30 anni. La sete… la fame… In Angola c’è una parola che ho sentito milioni di volte: ‘stragò’ – significa ‘s’è rotto‘. La luce… stragó. La presa, stragó. Il tubo, stragó. Il frigo, stragó. La macchina, stragó!

In Angola non funziona bene niente, le cose sono sempre rotte a metà. Ti fai la doccia con i secchi e l’acqua con cui ti lavi la devi far fluire in una bacinella che poi userai al posto dello sciacquone. Io mi insaponavo con i vestiti addosso così lavavo due cose in una sola volta. Ma in Angola non ero mai sola, spesso nemmeno in bici. C’era un sacco di gente che mi correva dietro facendomi domande… Le volte che mi sono perduta – in Angola – è stato inutile chiedere un’informazione perché loro, la strada, non me la sapevano spiegare; o forse me la spiegavano in un modo che non ero in grado di comprendere. In Angola non sono mai stata nervosa, non ho mai avuto una giornata ‘no’: ho capito alla svelta che nella mia vita non ci sono motivi per cui posso essere arrabbiata e che sono nata ‘fortunata’ – indipendentemente dall’impegno richiesto per lo svolgimento delle mie giornate. La bellezza della vita incontrata laggiù – abbracciata alla morte – e intrecciata con tutti quei sorrisi, lascia oggi, per fortuna, un segno indelebile nel mio modo di interpretare questa esistenza. In Angola c’è una miseria che non si può raccontare. E una gioia che sta prima di tutto. Dentro agli occhi di ognuno. Dell’Angola mi ricordo ogni notte. Mi ricordo gli alberi giganti… la gente che non capisce perché ho deciso di attraversare l’Africa in bicicletta – “sousina” (da sola)… e mi chiedono perché non ho un marito, perché non ho dei figli… loro che di figli ne hanno almeno dieci!

L’angola m’ha spaccato il cuore in milioni di pezzi ma per fortuna poi è stata in grado di ricostruirlo, in un modo che oggi, mi sembra quasi non ci sia una divisione così netta tra me e il mondo: c’è aria che entra e aria che esce, direttamente all’altezza del cuore.

Così ho pensato che la prima volta che un essere umano è stato in grado di percepire l’amore deve essere successo in Angola.

Che la consapevolezza di quel sentimento è nata là, in quella terra ricca di contrasti e d’allegria.

E se sei capace di entrarci alla cieca, in Angola, te ne accorgi subito perché il seme di quell’amore … lo incontrerai ovunque.

Perla

Niente caffè Per Spinoza, Alice Cappagli

«Non riuscivo a capire come avessi fatto ad arrivare a quel punto. Quando avevo perso il mio lavoro nello studio medico non mi ero preoccupata più di tanto. Mio marito guadagnava abbastanza per entrambi, potevo stare tranquilla, e aspettare che le cose girassero meglio. O comunque così credevo. La verità era che il mio matrimonio stava in piedi come una capannuccia fatta con gli stuzzicadenti già da prima, ma io non mi ero accorta della velocità con cui perdeva i pezzi, nemmeno quando lui tornava la sera a cena e accendeva la tv a tutto volume, pur di non dover chiacchierare con me. D’un tratto m’ero ritrovata a chiedergli i soldi per la schiacciata o per la ricarica del telefono, e da lì a fare la fila per un posto di badante il passo è breve»

Maria Vittoria Baroncini, per gli amici Marvi, è una donna di circa quarant’anni che, con i suoi capelli ricci e ingovernabili e un marito di cui non è più innamorata, ha perso non soltanto il lavoro ma anche le coordinate della propria vita. È con la non consapevolezza di sé e del matrimonio ormai giunto alla conclusione anche a causa dei debiti e di quella convivenza a stretto giro con la suocera che si rivolge all’ufficio di collocamento dove le viene proposto l’impiego di badante per un anziano livornese, il Professore. Filosofo, ex insegnante, laureato due volte, riflessivo e attento ai dettagli, Luciano Farnesi, è un uomo di ottant’anni, di mezza statura, pochi ingovernabili capelli bianchi, ben dritto in piedi, tutto infagottato per il perenne freddo che gli attanaglia le ossa, malato tumorale e ormai affetto da cecità. Una cecità che non ha però offuscato anche la sua memoria, la sua mente. Tutta la sua lucidità si riversa nello studio, luogo in cui una finestra copre un’intera parete rivolta a ovest irradiando una luce così forte da illuminare tutta la libreria e tutti gli scaffali pieni di libri fino al soffitto. Perché per lui questi hanno un’anima, sono quindi indispensabili.

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