Corpo a corpo – Silvia Ranfagni

«Una madre è madre, ha sentimenti limpidi, e se non li ha tanto peggio, perché nessuno può accogliere una madre. Una madre è per definizione colei che accoglie

Nel momento in cui Bea decide di rivolgersi alla Human International, un franchising internazionale di donatori di sperma, è una donna di poco più di quarant’anni, sola. Eppure, è una donna decisa. È certa che così troverà quell’amore che non ha mai avuto, quell’amore che potrà farle vincere quella perenne sensazione di solitudine che l’accompagna. Un questionario on-line, la domanda con i possibili donatori, la scelta tra quei non volti, l’immaginazione di quello che sarà il volto del suo futuro figlio. Crede di sapere cosa vuol dire essere madri, lo considera una cosa di cui ormai tutto è noto. Alla fine, non ha aspettative perché quando decidi di diventare genitore sei nuda anche di queste.

Ma il corpo è altro, il corpo succhia, il corpo divora. Il corpo è altro.

«Il Corpo è meschino. Vuole solo la sopravvivenza. Cemento, inquinamento, insolazioni, irritazioni, tutto gli dichiara guerra. Per lui è sempre troppo caldo o troppo freddo, per lui si mettono e si tolgono le uniformi. Il grido del Corpo ferisce. A volte è per il sole cattivo, la sete, la fame; a volte non si sa proprio perché. Sterilizzare, disinfettare, lavare, anche in mezzo alla notte, anche quattro volte prima dell’alba, perché il Corpo pesa tre chili ma ha zero grammi di compassione

 

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Lux – Eleonora Marangoni

Figlio di Cecilia Tilli, studentessa di archeologia nella “triste e magnifica” Torino e di Oliver Edwards, il futuro padre conosciuto dalla donna mentre era in vacanza nel Devonshire, un uomo di quarantaquattro anni e con un matrimonio già alle spalle, due figlie a carico e pochissimo tempo libero, Thomas Edwards cresce nell’agio, si iscrive prima a legge e poi ad architettura, facoltà portata rapidamente a termine con

la determinazione di chi non vuole fallire una seconda volta e la freddezza di chi manca di una vera vocazione”.

La sua vita è semplicemente perfetta, non vi è niente che non vada. Vive anestetizzando il presente, in un’esistenza composta da una relazione poco impegnativa con Ottie Davis, donna non bella, almeno non in modo convenzionale, già madre di un bambino di sette anni, Martin, e un lavoro di successo quale arredatore d’interni e ricercatore di luce che ne scandisce la monotonia delle giornate tutte uguali, tutte identiche e con il ricordo costante di un amore, quello per Sophie Selwood, radicato nel cuore e nella mente. Sono anni che la loro relazione è giunta al termine, tuttavia, quel grande amore che un tempo li aveva resi felici, continua ad essere presente. Anche se lui poi ha continuato a vivere nel rimpianto e nel rimorso, anche se lei lo ha cacciato.

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La lettrice di Cechov, Giulia Corsalini

Nina è ucraina, ha quarant’anni, una figlia studentessa di medicina desiderosa di sposarsi con Vanja, un uomo dai modi risoluti e irreprensibili, e un marito affetto da una malattia che lo costringe ad un’immobilità forzata. L’unica ragione per la quale decide di affrontare il trasferimento in un paese sconosciuto, di rinunciare ai titoli per accontentarsi di un qualsiasi lavoro, è per permettere alla ragazza di studiare. Non ha alternative, la donna. E così, ricoverato in un ospizio il marito, approda nella sua nuova vita in Italia dove inizia ad accudire come badante Mariangela, un’anziana signora. Tuttavia, per quanto sia consapevole del sacrificio che ha fatto e per quanto sia stata disposta a rinunciare ai suoi titoli di studio e alla sua professione, qualcosa le manca, è come se quel lavoro le avesse atrofizzato la mente. Decide così di rifugiarsi, nei suoi rari momenti liberi, in biblioteca e di dedicarsi alla lettura di Cechov, autore che ha sempre amato e per il quale nutre un profondo desiderio di approfondimento. È in una di queste giornate che incontra il professor Giulio De Felice, un uomo di volontà ferma, nervoso, di salute malferma, pignolo ed elegante che la introdurrà nei luoghi del dipartimento universitario ove essa, per un breve lasso di tempo, avrà modo di portare avanti un corso di laurea e di dedicarsi a questo particolare rapporto con il docente.

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L’inverno di Giona, Filippo Tapparelli

giona

Il suo nome è Giona, ha quindici anni e non ha memoria del suo passato, non ha memoria dei suoi genitori, non ha memoria di sé. È consapevole di esser stato bambino, di aver imparato a camminare, di aver avuto dei genitori, tuttavia, la sua mente non riesce a ricordare. La sua vita è radicata su quella montagna dove Alvise, il nonno, lo educa all’arte del vivere con violenza, dolore e castigo perché questo è l’unico modo per apprendere della conoscenza necessaria al sopravvivere. Il suo unico tesoro è quel maglione rosso rattoppato che ha mutato la sua fisionomia in funzione di quella del ragazzo, la sua più grande preoccupazione è quella di far arrabbiare quel padre-padrone perché sa benissimo che per ogni azione vi è una reazione, che per ogni errore compiuto una punizione. Non deve sbagliare, non deve commettere errori. Diffida, Giona,

da chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica”

gli ripete l’anziano.

I suoi capelli color iuta, il suo torace sottile, la sua sottomissione, il suo asservimento si contrappongono a quel corpo dai capelli candidi che è sinonimo di forza con quelle mani grandi ma non sproporzionate e con quella ruvidezza capace di incutere terrore nel prossimo.

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