E venne chiamata due cuori – Marlo Morgan

Si dice che ogni libro vada interpretato alla luce del contesto storico e sociale che l’ha generato, perché non è che il prodotto dello zeitgeist, ovvero dello spirito del suo tempo. Quest’opera di Marlo Morgan è senz’altro un ottimo esempio da portare a supporto di questa affermazione.

Era il 1990 e la giovane autrice statunitense, che fino ad allora aveva lavorato nel campo dell’agopuntura e delle medicine orientali, intraprese un viaggio in Australia dal quale tornò cambiata. Invitata infatti a ricevere un premio da una tribù aborigena, finì a girovagare con loro per quattro mesi nell’outback (deserto) fino alla sua completa trasformazione interiore.

Una volta tornata negli USA mise nero su bianco la sua esperienza. Ma come fece questo diario di viaggio inizialmente auto-pubblicato con il poco felice titolo di “Mutant Message Down Under” a diventare in pochi anni un bestseller internazionale con centinaia di migliaia di copie vendute e traduzioni in tutte le lingue principali?

Uno dei motivi di questo successo straordinario e insperato di quest’opera non è tanto la sua bellezza letteraria, che pure non manca, ma il fatto che le esperienze narrate dalla Morgan in prima persona e dichiarate assolutamente vere, erano cariche di fatti magici, soprannaturali e, in generale, davvero incredibili.

Fu solo alcuni anni dopo, messa di fronte all’evidenza delle prove, che ammise che i fatti narrati erano in parte romanzati. La verità che venne poi faticosamente fuori fu che in realtà la Morgan non fece che un breve viaggio in Australia, e che i suoi contatti con gli aborigeni furono scarsi o nulli. La dimostrazione di questo, la possiamo ritrovare anche nelle descrizioni ampiamente inesatte dei loro usi e costumi.

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Africa, mon amour – Deanna Raybourn

Africa, mon amour” dell’americana Deanna Raybourn è il titolo (azzeccato) di questo libro uscito nel 2015 per la collana Harlequin Mondadori pertanto subito riconducibile a una narrativa rosa e romantica. A mio parere l’amore qua raccontato non riguarda esclusivamente quello tra due esseri viventi (o meglio, c’è anche quello ma non è il filo conduttore) piuttosto, quel forte sentimento che alcuni di noi, dopo una visita nel continente nero, potranno languidamente provare per il resto della vita. Insomma, qua si narra l’amore sviscerato per l’Africa, quello comunemente denominato ‘mal d’Africa’. In questo romanzo il rapporto con la terra incantevole e incontaminata è un qualcosa di estremamente tangibile.

L’incipit ci mostra una riunione familiare in grande stile, all’interno di una lussuosa suite in un hotel di Parigi. Siamo nel 1923, in una giornata grigia buia e grondante di pioggia, una delle tipiche dell’inverno parigino. L’ennesimo scandalo sta per saltare fuori e Dalilah – che questa volta l’ha fatta troppo grossa – dovrà allontanarsi dai salotti dell’alta società alla quale la sua complicata famiglia appartiene. Poche pagine e veniamo catapultati in Kenia, terra di tramonti infuocati, di tribù masai e kikujo, di swahili e di feroci animali esotici, dei leoni di Tsavo (vedi leggenda), del rougarou tanto temuto dagli indigeni e di europei espatriati che vivono in dissolutezza tra gin, musica jazz e safari.

E Delilah è un personaggio femminile indimenticabile. Salta fuori da una penna capace di creare ambientazioni storiche e geografiche descritte nei minimi dettagli, giusto per incantare il lettore con il manifestarsi, a poco a poco, di una insospettabile forza di spirito che giace – silente ma non troppo – sotto alla corazza di fascinosa petulanza e di femminilità quasi esasperante.

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Racconti del Pacifico – Jack London

Autore da poco riscoperto a livello popolare – sono rimasta scioccata quando ho saputo che autori noti come Cesare Pavese decisero di non dargli spazio nelle antologie dedicate alla letteratura americana – Jack London sta avendo, finalmente, la giusta divulgazione. Da qualche tempo a questa parte ho potuto deliziarmi con piccoli capolavori come “La Peste Scarlatta” o “Prima di Adamo” scoprendo una penna lucida e attenta capace di analizzare il proprio tempo e prevedere il futuro della feroce e indiscriminata industrializzazione. Jack London scrive nei primi anni del Novecento, ma è dell’attualità che parla e con una freddezza e intelligenza sconcertanti. Senza dilungarmi oltre su tesi cui avrò modo di parlare in seguito è su un Jack London più panico che vorrei soffermarmi in questa breve recensione. Il ricordo di me bambina che seguiva affascinata le gesta di Zanna Bianca e di Buck (“Il richiamo della foresta”) è diventato vivido mentre mi accingevo ad acquistare “Racconti del Pacifico”Edizioni Guanda, Luglio 2019. Ho sperato di ritrovare la narrazione avventurosa di animali esotici in climi estremi, ma anche stavolta London è riuscito a sorprendermi.

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L’amore in Angola – Perla

L’ultimo giorno di Angola per me è stato il primo giorno di settembre.

Ovviamente dall’Angola ci sono uscita fisicamente ma il mio cuore – in buona parte – è rimasto lì.

Ma facciamo un passo indietro.

Ho varcato la frontiera tra Namibia (Oshikango) e Angola (santa Clara) il 2 agosto scorso. Sono entrata in quella regione del mondo con un po’ di paura in tasca ed un foglio bianco “in mano”, tutto ancora da scrivere. Senza nessuna informazione riguardo a quel paese, senza sapere la strada che avrei percorso, dove avrei dormito, il nome o il valore della moneta che avrei incontrato. Sono entrata “alla cieca” ed alla fine mi sono resa conto che entrare alla cieca in un paese significa pure entrare a braccia aperte. Non avere preconcetti. Significa che sarà più facile. E più vero. Significa, essere libera di comprendere davvero ciò che si incontra, senza un’idea dentro che già occupa uno spazio. Così è successo che in Angola ho salutato tutti… e tutti hanno salutato me! Le persone sedute a bordo strada, i conducenti delle vetture che mi sorpassavano, quelli delle vetture che procedevano in senso contrario, i bambini nei campi, la gente che si lavava nei fiumi o vicino ai pozzi…

Bom dia” – “Boa tarde” – “Boa noite”, un migliaio di volte al giorno, altrettanti sorrisi, altrettante mani alzate.

In Angola ogni volta che ho cucinato l’ho fatto almeno per sei persone perché – là – c’era sempre qualcuno che aveva più fame di me. In Angola ho ricevuto tantissimo. Tanto che mi veniva voglia di restituire e così è diventato un cerchio tra il prendere e il dare, un passamano costante, fino all’ultima ora. In Angola tutti sorridono e sono pronti a scherzare. Tutti sorridono. Nonostante la guerra passata, durata 30 anni. La sete… la fame… In Angola c’è una parola che ho sentito milioni di volte: ‘stragò’ – significa ‘s’è rotto‘. La luce… stragó. La presa, stragó. Il tubo, stragó. Il frigo, stragó. La macchina, stragó!

In Angola non funziona bene niente, le cose sono sempre rotte a metà. Ti fai la doccia con i secchi e l’acqua con cui ti lavi la devi far fluire in una bacinella che poi userai al posto dello sciacquone. Io mi insaponavo con i vestiti addosso così lavavo due cose in una sola volta. Ma in Angola non ero mai sola, spesso nemmeno in bici. C’era un sacco di gente che mi correva dietro facendomi domande… Le volte che mi sono perduta – in Angola – è stato inutile chiedere un’informazione perché loro, la strada, non me la sapevano spiegare; o forse me la spiegavano in un modo che non ero in grado di comprendere. In Angola non sono mai stata nervosa, non ho mai avuto una giornata ‘no’: ho capito alla svelta che nella mia vita non ci sono motivi per cui posso essere arrabbiata e che sono nata ‘fortunata’ – indipendentemente dall’impegno richiesto per lo svolgimento delle mie giornate. La bellezza della vita incontrata laggiù – abbracciata alla morte – e intrecciata con tutti quei sorrisi, lascia oggi, per fortuna, un segno indelebile nel mio modo di interpretare questa esistenza. In Angola c’è una miseria che non si può raccontare. E una gioia che sta prima di tutto. Dentro agli occhi di ognuno. Dell’Angola mi ricordo ogni notte. Mi ricordo gli alberi giganti… la gente che non capisce perché ho deciso di attraversare l’Africa in bicicletta – “sousina” (da sola)… e mi chiedono perché non ho un marito, perché non ho dei figli… loro che di figli ne hanno almeno dieci!

L’angola m’ha spaccato il cuore in milioni di pezzi ma per fortuna poi è stata in grado di ricostruirlo, in un modo che oggi, mi sembra quasi non ci sia una divisione così netta tra me e il mondo: c’è aria che entra e aria che esce, direttamente all’altezza del cuore.

Così ho pensato che la prima volta che un essere umano è stato in grado di percepire l’amore deve essere successo in Angola.

Che la consapevolezza di quel sentimento è nata là, in quella terra ricca di contrasti e d’allegria.

E se sei capace di entrarci alla cieca, in Angola, te ne accorgi subito perché il seme di quell’amore … lo incontrerai ovunque.

Perla

Donne che comprano fiori (Vanessa Montfort)

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Nell’era contemporanea dove il quotidiano persiste in febbrile modalità ‘on’, sempre accesa e su di giri, piena zeppa di stress, problematiche e manie, può anche darsi che ad alcuni di noi, una cosa semplice come il simbolismo dei fiori e in particolare il messaggio che è possibile esprimere regalando il fiore giusto, possa essere considerata assolutamente demodé, per non dire una banalità o una roba ‘da sciocchi’. Ebbene, in questo romanzo, con semplicità e naturalezza si esalta l’importanza della comunicazione tramite i fiori, usanza ottocentesca ormai perduta, inducendo e accattivando chi non ne fosse a conoscenza ad un approfondimento sull’arte della florigrafia.

E poi si racconta di un viaggio, avventuroso e in solitaria, una faticosa traversata in mare.

L’esistenza stessa è un viaggio, è risaputo, e in questa storia di amiche al bivio dei quaranta la protagonista compie un vero e proprio lavoro di ricostruzione personale, una sfida col mondo fuori dal suo sé, che non ha mai assaporato a pieno per la pigra scelta di vivere da ‘copilota’ lasciando le decisioni agli altri, e lo fa tramite la navigazione in solitaria dello stretto di Gibilterra con la barca a vela lasciatole dal marito, morto da un anno.

Le quattro donne si conosco al Giardino dell’Angelo, un posto quasi magico dove le piante e i fiori regnano mentre la proprietaria del negozio, Olivia, una donna più grande e navigata, suggerisce loro in maniera indiretta e delicata certi preziosi accorgimenti di vita.

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Il porto dei sogni incrociati, Björn Larsson

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Il porto dei sogni incrociati, Björn Larsson

Bjorn è uno scrittore svedese appassionato di navigazione che passa gran parte del suo tempo in barca a vela e ne fa l’ambientazione per i suoi romanzi. Scrive dalla sua nave ormeggiata sulla costa danese

“perchè lì non ho tentazioni. Nel mio monolocale in Svezia ci sono troppi libri e mi verrebbe voglia di sfogliarli tutti per rendermi conto che non sono un bravo scrittore.”

Il protagonista di questo libro è Marcel, il quale si definisce “venditore ambulante di sogni”. È il capitano di un’imbarcazione che, viaggiando di porto in porto, lascia un segno nel cuore di ogni persona incontrata. Lui rappresenta la figura del comandante che ogni volta riparte alla ricerca della sua libertà in mare, lasciando cuori infranti lungo la sua strada. I quattro personaggi del romanzo non accettano questo comportamento e si ritrovano tutti insieme ad aspettarlo allo stesso porto. Si intrecciano quindi le loro vite e le loro storie ed è così che finalmente quelle che erano delle solitudini individuali diventano rotte condivise con qualcuno.

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Paradiso e inferno, Jón Kalman Stefánsson

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Paradiso e inferno, J. K. Stefànsson

 

Dopo aver sentito tanto parlare di questo autore, mi sono finalmente decisa ad affrontarlo e devo ammettere che ne sono rimasta piuttosto soddisfatta.

Per prima cosa ci tengo a sottolineare che per leggere questo libro bisogna essere ben predisposti e sapere a cosa si va incontro, la scrittura di Stefansson non è certo tra le più semplici.  Si tratta di un autore molto interessante proprio per lo stile intenso, crudo, diretto, molto poetico e che a tratti può risultare lento e pesante. Lo scrittore stesso, in alcune interviste, ha spesso affermato di ispirarsi alla poesia perchè la ritiene la forma di espressione più profonda, l’unica capace di commuovere gli animi umani. Le sue prime opere letterarie infatti, sono state raccolte poetiche.

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