Onori – Rachel Cusk

Con la pubblicazione di “Onori”, Rachel Cusk, classe ‘67, inglese di origine canadese, conclude la brillante trilogia consacrando il sentiero percorso dalla sua protagonista, Faye, ammaliante scrittrice inglese di successo, e lo fa utilizzando un inedito linguaggio narrativo. Magistralmente tradotto da Dania Nedotti per Einaudi Stile Libero, Onori – Kudos in lingua originale, si aggiudica già il posto tra i migliori libri dell’anno.

Fotografato dalle più esclusive book-influencer, il tam tam sui social ne ha fatto, anche grazie alla splendida copertina originale, un oggetto del desiderio e di moda. Strizzando l’occhio alla “trilogia dell’incomunicabilità”, i tre libri, Resoconto, Transiti e Onori, fanno parlare di “trilogia dell’ascolto” considerato che le circa 600 pagine totali sono impresse come pellicola fotosensibile di storie e confessioni che la protagonista ascolta senza allogare giudizio o intromissione, solo legandole insieme. Attenta come un regista di reportage, la Cusk, inquadra i suoi soggetti senza interferire e proietta degli attenti ritratti, curati nei minimi dettagli, delineando una perfetta caratterizzazione dei personaggi.

Oltre ad altri romanzi, l’autrice ha avuto successo con due libri a metà tra il saggio e il memoriale: “A life’s work” sulla maternità e “Aftermath” sul divorzio; evidentemente questo genere letterario, più della narrazione classica, ha favorito la ricerca formale da cui è nata la trilogia.

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Company Parade – Morgan Storm Jameson

È il 1918 e Hervey Russell è stanca. È stanca di quel marito, Penn, che nella veste di ufficiale dell’Air Force a Canterbury, non vuol saperne di tornare a casa per vivere con la moglie e il figlio con un lavoro normale. In verità i due vivono due realtà e due esistenze separate, una separazione della quale alcuno sembra davvero soffrire. Hervey è satura di aspettare. È satura di dover fare i conti ogni giorno con quel denaro mai sufficiente, è stanca di fare la casalinga e madre a tempo pieno, la sua personalità ha mille sfaccettature e ha bisogno di uscire, di trovare realizzazione. Ecco perché decide di lasciare il figlio Richard a una balia e di lasciare lo Yorkshire per cercare fortuna a Londra. Riesce a diventare assistente di copywriter in un’agenzia pubblicitaria dove il suo capo, David Renn, vede in lei molte potenzialità.

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Io sono la bestia – Andrea Donaera

Quando Mimì apprende della sua morte è folle, folle di dolore. Perché suo figlio Michele ha brutalmente deciso di interrompere la sua vita buttandosi dal settimo piano di quel palazzo avuto in dote al momento del matrimonio con quella moglie che ancora oggi puzza di cipolla, così come il giorno in cui le loro strade si incrociarono. Perché quel gesto è così inaspettato, così duro da richiedere un’analisi più profonda, una motivazione concreta. E Mimì che è il boss della Sacra vuole vendetta.

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Figlia del silenzio – Kim Edwards

Quando si dice, “Portarsi il segreto nella tomba”, non c’è dubbio che la riuscita dipenderà dal peso relativo al genere di dato e d’informazione che si vuole – o si deve – mantenere top-secret. Se poi, il segreto riguardasse l’esistenza di una persona che con noi ha un legame strettissimo, di sangue, diciamo, un figlio… non so, temo che non sarà troppo semplice metterlo in pratica e che, anche riuscendovi, il senso di colpa – conscio o inconscio – sarà fonte di subdole problematiche comportamentali e/o di relazione, di grossi turbamenti e di tanto gratuito dolore. Dolore a vagonate, dolore per tutti. Una intera esistenza di menzogna, a pensarci, da brividi! Le molte facce del delirio d’onnipotenza… Il fatto è che spesso l’essere umano dimentica che l’onnipotenza non è di questa terra. E pure dimentica di essere una creatura debole e fragile, in particolare davanti a certe domande senza risposta.

Ora, al termine di questa lunga manfrina d’introduzione, avrete certo compreso che nel romanzo di cui sto per parlare, “Figlia del silenzio” di Kim Edwards  si narra la storia vera di una famiglia e di un fatto non proprio comune che resterà segreto per una trentina d’anni. Siamo in America, è il 1964 e uno stimato dottore padre-padrone (in realtà uomo con mille fragilità e un passato irrisolto) compie una scelta che gli condizionerà l’intera vita futura: durante il parto gemellare della giovane moglie a cui lui, essendo un medico, parteciperà attivamente, sceglie di allontanare la gemella indesiderata, la gemella non rispondente ai suoi standard di bellezza e di perfezione. Tutto questo, approfittando dell’anestesia somministrata alla donna per l’eccessivo e prolungato spossamento fisico dopo l’espulsione del primo feto. Tutto questo, per tanti, troppi anni, attraverso numerose vicende e incomprensioni, portandosi dentro un’infelicità e una grossa frustrazione invalidante. Tutto questo, fino alla sua morte, che avverrà all’improvviso. Tutto questo, per colpa di un imbarazzante cromosoma in più nel DNA della piccola.

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Niente caffè Per Spinoza, Alice Cappagli

«Non riuscivo a capire come avessi fatto ad arrivare a quel punto. Quando avevo perso il mio lavoro nello studio medico non mi ero preoccupata più di tanto. Mio marito guadagnava abbastanza per entrambi, potevo stare tranquilla, e aspettare che le cose girassero meglio. O comunque così credevo. La verità era che il mio matrimonio stava in piedi come una capannuccia fatta con gli stuzzicadenti già da prima, ma io non mi ero accorta della velocità con cui perdeva i pezzi, nemmeno quando lui tornava la sera a cena e accendeva la tv a tutto volume, pur di non dover chiacchierare con me. D’un tratto m’ero ritrovata a chiedergli i soldi per la schiacciata o per la ricarica del telefono, e da lì a fare la fila per un posto di badante il passo è breve»

Maria Vittoria Baroncini, per gli amici Marvi, è una donna di circa quarant’anni che, con i suoi capelli ricci e ingovernabili e un marito di cui non è più innamorata, ha perso non soltanto il lavoro ma anche le coordinate della propria vita. È con la non consapevolezza di sé e del matrimonio ormai giunto alla conclusione anche a causa dei debiti e di quella convivenza a stretto giro con la suocera che si rivolge all’ufficio di collocamento dove le viene proposto l’impiego di badante per un anziano livornese, il Professore. Filosofo, ex insegnante, laureato due volte, riflessivo e attento ai dettagli, Luciano Farnesi, è un uomo di ottant’anni, di mezza statura, pochi ingovernabili capelli bianchi, ben dritto in piedi, tutto infagottato per il perenne freddo che gli attanaglia le ossa, malato tumorale e ormai affetto da cecità. Una cecità che non ha però offuscato anche la sua memoria, la sua mente. Tutta la sua lucidità si riversa nello studio, luogo in cui una finestra copre un’intera parete rivolta a ovest irradiando una luce così forte da illuminare tutta la libreria e tutti gli scaffali pieni di libri fino al soffitto. Perché per lui questi hanno un’anima, sono quindi indispensabili.

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Il danno, Josephine Hart

Quando incominciare a vivere è distruzione

Il romanzo ‘Il danno’ della scrittrice irlandese Josephine Hart, è a mio parere una mirabile vivisezione psicologica della geografia mentale e del paesaggio dell’anima del protagonista, Stephen Fleming, un uomo realizzato nel lavoro, nella vita sociale e negli affetti ma che in realtà, dopo avere conosciuto Anna Barton, sua futura nuora, assiste alla rovina di un mondo che lui stesso aveva creato senza avere fatto i conti con il proprio ‘io’, un ‘io’ che emerge prepotentemente, e che reclama la propria sete di vita grazie all’amore che prova per Anna Barton.

Alle radici di questa psiche tormentata, è il padre di Stephen, una figura che fin da bambino il protagonista vede come esempio di volontà e rettitudine; ne percepisce anche il dominio psicologico, e si illuderà di essere riuscito a sottrarsene e di avere dimostrato così la propria libertà nelle scelte della vita, sia quando decide di diventare medico, sia quando sposa Ingrid e mette al mondo Martin e Sally. In realtà, troppo tardi capirà di averlo solo compiaciuto.

Per quanto, leggendo le pagine di questo romanzo, Anna Barton appaia crudele, ritengo che non sia l’artefice della distruzione della vita di Stephen, bensì è lo specchio nel quale lui, guardandosi, riconosce finalmente se stesso, ed è un se stesso spietato e crudele nel reclamare il proprio diritto di vivere, in quanto consapevole che amando Anna pugnalerà alle spalle non solo la propria famiglia, ma in particolare suo figlio, sangue del suo sangue, fino a causarne la morte, sapendo che una simile crudeltà non dovrebbe essere nemmeno concepibile. Da parte sua Anna trarrà linfa da questa relazione, fino a guarire dal danno che suo fratello Aston le aveva inflitto suicidandosi per il troppo amore che provava per lei, e costruirsi una vita affettiva con Peter. Se questo evento porterà Stephen a ritirarsi definitivamente dal mondo divorato da un amore che non potrà mai vivere e da un figlio che non potrà mai più riabbracciare, per quanto riguarda me stessa trovo che questa storia offra fondamentali spunti di riflessione sul significato della parola ‘felicità’ nella nostra vita: siamo veramente felici? Perché non esiste bene più prezioso e determinante, in questa vita.

Jessica Trimarco

La più amata, Teresa Ciabatti

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Una storia autobiografica di cui, per ammissione della stessa autrice Teresa Ciabatti, c’è molta verità ma anche finzione, in uno sdipanamento di ricordi inconsueti e toccanti riportati alla luce tramite una narrazione catartica, cruda, nervosa e con frequenti salti temporali. Il personaggio femminile protagonista lo si ama o lo si odia, o meglio, lo si ama e lo si odia! “La più amata” è la sofferta e inusuale vicenda di una prestigiosa ricchissima famiglia che si districa principalmente nel corso di due decenni, i Settanta e gli Ottanta, Siamo nella bassa Toscana, Orbetello e dintorni e lo spaccato intimo e familiare che viene alla luce si riferisce ad un contesto sociale ben più noto, quello dell’Italia del boom, del benessere e della massoneria…

Lorenzo Ciabatti, detto il Professore, è uno dei tre fratelli di una famiglia benestante che diventa primario dell’ospedale di Orbetello e in breve si arricchisce ancor più, sia di soldi che di potere. Tutti lo rispettano, tutti lo adulano e gli si prostrano in un’infinità di reverenze e ossequi a partire dal personale ospedaliero, medici, infermieri, inservienti, che pur di ingraziarselo e continuare a sperare in qualche premio o promozione, gli curano la manutenzione della villa di residenza e delle numerose altre proprietà.

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L’amante di Lady Chatterley, David Lawrence

l'amante di lady chatterley

Il libro del quale parlo oggi è un classico senza tempo, uno di quei libri che non possono mancare nelle librerie di casa.

La trama a prima vista banale è quella dell’amore adultero che nasce tra una nobildonna e il guardiacaccia alle dipendenze del marito. Accusato dalla critica di essere un libro frivolo e indecente, e bandito in alcuni paesi europei perché considerato spregiudicato “solamente un manualetto erotico”, termine derivato dall’esplicita descrizione di alcune scene, è tornato in circolazione nel 1959.

Quello che invece, a parere mio l’autore voleva trasmettere è uno sguardo aperto alla società del suo tempo. Lawrence in fatti descrive un Inghilterra vincente, all’alba della fine della Grande Guerra, al massimo dello splendore economico sociale in crescente evoluzione grazie anche alle scoperte scientifiche derivate dalla Rivoluzione Industriale di fine secolo che ha portato non solo un ulteriore beneficio economico alle già benestanti famiglie borghesi ma anche un’avanzata emancipazione culturale.

Ed è con Il ruolo della protagonista femminile, Constance Reid, futura Lady Chatterley, che l’autore ci mostra questo significativo cambiamento. Connie infatti esce da ogni schema, fin dalle prime pagine ce la descrive come una giovane intraprendete. Educata dal padre in uno stile più “moderno” e meno convenzionale, viene lasciata libera di girare l’Europa insieme alla sorella, a condividere le sue giornate con giovani intellettuali e pensatori del tempo con i quali non si preclude qualche esperienza sessuale prima del matrimonio.

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