Qualche domanda a Monica Campolo

Monica si racconta in un pomeriggio di inizio autunno a Viareggio, presso Villa Argentina

Monica Campolo

               L’autrice di gialli thriller e noir si racconta in una sala della splendida Villa Argentina, a Viareggio.

L913: Monica, chi sei e cosa fai nella vita. Hobby?

Monica: Sono nata ad Alessandria ma vivo in Versilia, in pratica da sempre. Mi piacerebbe che la scrittura diventasse un lavoro vero e proprio, purtroppo, al momento devo tenermi ben stretto l’impiego alle Poste. L’hobby, lo avrete capito, è scrivere. Scrivere, scrivere sempre e comunque, non appena ho qualche ora libera. Non ho altri svaghi, solo la scrittura mi riempie il cuore, mi appaga e mi ricarica di energie.

L913 – “Amore d’inverno” non è il tuo primo romanzo. Qualche altro titolo? Dalla tua penna, solo romanzi o anche racconti?

M. – Beh, ad esempio, mi viene in mente La faccia nascosta della luna”, che è un romanzo che uscì per una casa editrice locale oltre dieci anni fa. Poi, il recente La signora dei crisantemi, appartenente – come tutto ciò che scrivo – alla categoria giallo-thriller. E’ uscito nel 2017 per Bookabook editore. E quest’anno (n.d.r. – 2019) ho scritto anche un racconto dell’antologia “Moon a cura di Divier Nelli, opera composta da 11 brevi storie dedicate alla luna e uscito pochi giorni prima del cinquantesimo anniversario dello sbarco dell’uomo sulla Luna, a luglio. In ‘Moon’ sono racconti di scrittori diversi, alcuni emergenti, altri famosi, ad esempio lo stesso Divier. Ma anche Leonardo Gori, Giulio Leoni e Giada Trebeschi e altri ancora. Il mio si intitola “Space Oddity” e non essendo un giallo (la mia specialità!) devo ammettere che ho faticato un po’ nel buttarlo giù, ma dato che intendevo partecipare al progetto, ho pensato di trattare un argomento che ‘sento’ molto, il tema delicato delle ‘vite precedenti’ e della reincarnazione.

L913 – I tuoi romanzi sono tutti ambientati in Versilia, come questo “Amore d’inverno”, pubblicato da Oakmond Publishing? A proposito, cosa ci racconti di questa casa editrice dal nome straniero?

M. – A parte “La signora dei crisantemi” e a parte il racconto di ‘Moon‘, sì, tutte le ambientazioni sono in zona. E per chi è versiliese o comunque viene abitudinariamente qua in vacanza, è possibile riconoscere alcuni luoghi o locali, sebbene per questione di privicy abbia cambiato loro il nome. Per quanto riguarda la Oakmond Publishing, si tratta di una casa editrice abbastanza giovane e sicuramente NO EAP. E’ principalmente di stampo non commerciale, con autori italiani, libri e contenuti di qualità.

L913 – Da cosa ti è venuta l’idea del libro? E’ invenzione pura, una tua innata creatività o hai preso spunto da qualcosa o da qualcuno?

M. – La protagonista femminile di “Amore d’inverno”, Stefania, si ispira alla vicenda di una mia vecchia collega di lavoro… (n.d.r. – Monica a questo punto sospira e prende tempo) … una cara collega che adesso non c’è più. Già da qualche anno.

L913 – Si parla anche di violenza domestica e psicologica, se non sbaglio. Non solo una storia che tiene col fiato sospeso, violenza, illegalità e qualche morto. Questa donna si racconta in prima persona ed è l’incarnazione della moglie perfetta: giovane, bella, ben fatta, va in palestra ogni giorno, educata e rispettosa, sempre un passo indietro al marito, una incredibile remissività per non impoverire il di lui-ruolo da capo-famiglia. Pare proprio una donna appagata e orgogliosamente felice. Ma siccome “Le cose non sono mai come sembrano” – parola di Agatha Christie – quasi subito si inizia a capire che Stefania si nasconde. Si nasconde e lo fa anche bene. La sua vita è sorretta interamente da un enorme vuoto esistenziale. E’ come sospesa in uno stato di quiete apparente. Poi, quando nella villetta accanto alla sua arriva l’uomo con il cane, Jerry, cominciano i problemi. Dunque, Monica, hai già presentato – o intendi farlo – questo romanzo anche presso associazioni in aiuto alle donne vittime di violenza?

M. – Sono da sempre un’appassionata di psicologia e di tutto ciò che si annida nei meandri del nostro cervello e in particolare della nostra anima. Dopo la morte della mia collega in seguito a brutta e precoce malattia, mi sono chiesta spesso come è possibile e quale sia la dinamica interiore del soggetto che vive una simile prigionia nel quotidiano – inconsciamente accettandola. Imposizioni assurde e iper-controllo malato da parte di chi invece dovrebbe – ed è convinto di – amare. In questo mio romanzo affronto implicitamente la dinamica psicologica di entrambi, sia della vittima che dello stesso aggressore. Facile dire che la vittima è debole. Anche il soggetto che compie simili ricatti morali o vere e proprie violenze psicologiche, per non parlare delle fisiche, a suo modo ha enormi mancanze a livello caratteriale e di auto-stima. L’uomo che tiene chiusa sotto-chiave la propria donna, a livello inconscio non si sente degno di essere amato. Quindi ha una paura tremenda che questa donna si allontani. E trasforma la paura in malattia. Nello scorso agosto, in una serata all’aperto in centro a Viareggio, durante una conferenza a tema e in presenza di professionisti (medici, psicologi e giornalisti) sono stata chiamata a parlare del mio libro e di Stefania. C’erano molte donne e – ho saputo in seguito – alcune di loro erano vittime di violenza psicologica e stalking.

L913 – Poi arriva Jerry… Uomo un po’ truce, almeno in apparenza. Palestrato, pieno di tatuaggi, uno che non si sa bene che lavoro faccia. Diventa il vicino di casa di Stefania e le loro vite si intrecciano sempre più. Anche Jerry lo hai preso da qualche tuo conoscente?

M. – Certo! Anni addietro, nel mio ufficio c’era un collaboratore esterno, un uomo di poche parole, straniero dell’Est. Mi ricordo che all’inizio, non avendo modo né tempo di parlarci, mi dette l’idea del tipo forte e rude, tutto materialismo ed esteriorità. Anche lui era tonico e palestrato, ricoperto di grossi tatuaggi in bianco e nero. Col tempo rimasi stupita: si dimostrò un uomo che a dispetto della diversa lingua, si esprimeva in maniera brillante e colta, con concetti assolutamente banali anzi, al contrario, profondi e illuminanti. Un riflessivo insomma. Uno che evidentemente curava l’interiorità e il mondo delle emozioni, non meno della facciata esteriore.

L913 – “La storia della letteratura è accaduta in gran parte mentre intorno il mondo dormiva” Non ricordo chi l’ha detto comunque sia è risaputo che molti scrittori di ieri e di oggi, scrivono di notte. Un esempio per tutti, Franz Kafka. Si dice che “La metamorfosi” l’abbia composta tutta di notte, o quasi. Ma ancora, Flaubert, Pablo Neruda, Jack Kerouac... alcuni perché erano obbligati – di giorno lavoravano, tipo Kafka – altri per puro diletto o ispirazione notturna. E tu Monica, visto che lavori e hai una famiglia, quando butti giù le tue storie, quando fai vivere i tuoi personaggi?

M. – Beh, io di notte non riuscirei mai. Ho bisogno di dormire le mie ore, il mio fisico lo richiede. Dunque mi ritaglio le occasioni nei tempi morti. Poi, il sabato e la domenica, se non sono fuori.

L913 – In un paese dove si legge pochissimo, quanto è importante leggere, secondo te?

M. – Leggere è importantissimo! Si dovrebbe leggere di più, tutti quanti. E certo, se si vuole scrivere… allora sì che lo si dovrebbe fare senza smettere mai… Ritagliare sempre un piccolo angolino e mai sostituire il tempo della lettura con qualcos’altro, nemmeno per scrivere. Perché leggere è allenare la mente e tenersi aperti al mondo e alle nuove storie.

L913 – E ora, l’ultima domanda, quella di rito: cosa ci dici dei tuoi progetti futuri?

M. – Beh, in realtà ho quattro idee in testa. Anzi, per la precisione, due sono già storie scritte e messe nel cassetto. Ormai tutti sanno che quando un romanzo è stato scritto per intero, quando insomma c’è la parola ‘fine’, è opportuno metterlo in sedimentazione per qualche tempo, anche mesi, prima di procedere alla rilettura e alla correzione. Ecco, io ne ho due in questa precisa fase. Ovviamente sono gialli. Poi ho altre due storie in testa, belle pronte per essere snocciolate e trascritte sul computer…

L913 – Cosa dire? Senza dubbio, sei una penna molto prolifica e noi di Libriamoci ti auguriamo di continuare così, anzi, di crescere sempre più. In bocca al lupo!

                       Libriamoci913

Tutto sarà perfetto, Lorenzo Marone

«Non è la morte in sé a terrorizzarmi, ma lo scampolo di vita che siamo costretti a portarci dietro prima dello stop, quel ritaglio inutile che non sappiamo più come riempire» p. 24

Lorenzo Marone torna in libreria con “Tutto sarà perfetto”, opera all’interno della quale protagonista altro non è che Andrea Scotto, un quarantenne fotografo, immaturo, refrattario ad ogni forma di responsabilità (dalle relazioni sentimentali a quelle parentali) e dedito ad una vita dissoluta. Beve, fuma (canne comprese o come asserisce “sigarette al mentolo”), passa da una donna all’altra e non vuole vincoli. Quando riceve quella chiamata da Marina, la sorella coniugata con due figlie e un bassotto iper viziato di nome Augusto, di fatto un terrorista che lo osserva e scruta con sguardo di superiorità dal basso all’alto, che non teme di mordere e azzannare chiunque o qualunque cosa gli capiti a tiro, che non esita a espletare i suoi bisogni ovunque se i suoi voleri non sono immediatamente esauditi e che per questo si merita il soprannome di Cane Pazzo Tannen, subito si rende conto che quel fine settimana sarebbe stato molto diverso dalle sue aspettative e soprattutto ben lontano dalla sua idea di libertà. La donna, infatti, è costretta ad assentarsi per quarantotto ore e chiede dunque al fratello di occuparsi del padre, malato di cancro ed ex comandante di navi a riposo, Libero Scotto, per quel lasso di tempo. Dieci sono le regole imprescindibili e improrogabili a cui attenersi, regole che ovviamente verranno disattese vitasin dal primo momento. Ha così inizio un fine settimana fatto di avventure rocambolesche, di riscoperte, di nuovi legami e di situazioni paradossali. Avrà inoltre luogo il viaggio in quel di Procida, un viaggio che esaudirà il desiderio di Libero ma che porterà anche il quarantenne a riassaporare luoghi e persone e a rivivere ricordi e ferite non rimarginate. Il percorso porterà il protagonista a trovare il suo vero equilibro, a riallacciare i rapporti con il padre, a comprendere quel passato fatto di frasi non dette e domande senza risposta. Sullo sfondo, l’isola, con la sua intimità, con la sua magia, con il suo magnetismo, con i suoi misteri.

«Lui infine si è voltato e mi ha afferrato gli occhi con i suoi, e allora finalmente sono riuscito a percepire la sensazione di smarrimento che stava provando, quel sentirsi ormai fuori da tutto e in balìa del vento. E in quell’attimo ho capito che c’è qualcosa di carnale nel rapporto fra genitori e figli, qualcosa che si nasconde nello sguardo, nella bocca, si confonde con il respiro e ha a che fare con i sensi, con il sangue e con le cose che sanno di antico e ci sfuggono. Ho capito che hai voglia a serbare dentro di te il rancore, a custodirlo e proteggerlo come una balia per paura che cresca lontano e ti lasci senza più una difesa alla quale appigliarti; quando ti ritrovi davanti questo soffio ancestrale non puoi resistergli, e ti senti d’un tratto sfatto e senza forze, con le gambe che ti tremano come dopo una corsa o una lunga notte d’amorepag. 79

Con questo nuovo lavoro Lorenzo Marone riesce nuovamente a far leva sulle corde del lettore e a non deludere le aspettative di chi ama questo genere letterario e di chi ha amato i personaggi nati dalla sua penna in questi anni. Quella descritta è una storia certamente densa di significati, con tanti risvolti introspettivi, capace di sollevare riflessioni e capace di far interrogare su quelli che sono i rapporti umani in ogni sfumatura. Ritroviamo la familiare penna del napoletano che, senza difficoltà, in ogni suo elaborato, permette al conoscitore di riassaporare gli odori e le usanze delle ambientazioni che non sono mai soltanto “cornice” alle vicende. Vera colonna portante dello scritto è Libero, un uomo che si mostra forse per la prima volta a quel figlio o che forse è proprio quel figlio a vedere per quello che è per la prima volta. Tuttavia, non nascondo che la lettura è stata faticosa, che la lettura ha richiesto un impegno diverso, che ho trovato difficoltà a concluderla. E questo non perché il componimento sia scritto male o perché in esso manchi qualcosa, anzi, i tratti distintivi che hanno consacrato la notorietà di Marone ci sono tutti, bensì perché ho trovato il testo standardizzato e per questo intuibile nella sua evoluzione. E tanto quanto sono intuibili le circostanze che si susseguiranno, altrettanto simili sono i personaggi che di libro in libro si susseguono. La sensazione di déjà-vu è stata una costante in ogni pagina del romanzo.

In conclusione, una lettura piacevole che si sofferma sul rapporto padri-figli ma che non brilla per originalità. A mio modesto avviso questa tipologia di format è stata anche troppo utilizzata, il rischio, in caso di mancato rinnovamento, è quello di sfiancare troppo il pubblico che quindi, alla lunga, tenderà a distaccarsi da questi.

«Forse, per una volta aveva davvero ragione il comandante, rifletto prima di scattare: la vita è fatta di attimi di perfezione nei quali arriva la giusta luce e tutto ci appare come deve essere, e forse il segreto non è cercare di prolungare questi attimi, di fermarli a ogni costo, che nulla può essere fermato, ma accontentarsi di godere del bello, di scorgerlo. Forse si tratta solo di trovare il coraggio di non trattenere ciò che amiamo, chi amiamo, di lasciar sparire la terra all’orizzonte, confidando che tanto al prossimo battere di ciglia ci sarà un nuovo piccolo brillio a rendere, seppure per un istante tutto perfetto» p. 297

Demetra

Fiorire d’inverno, Nadia Toffa

 

Quando l’appena trentenne Nadia Toffa ha solcato per la prima volta il piccolo schermo sul palco de Le Iene in quella mise maschile total black in perfetta armonia con la sua fisicità longilinea, immediata è stata la conquista del pubblico. Perché in quella mise total black che tendeva a nasconderne le forme e a omologarla con l’Olimpo dei giornalisti del programma, ancor prima quel che ha conquistato i cuori è stato il sorriso. Un sorriso che sempre ha rigato il volto di questa giovane donna, un sorriso che era soltanto l’anticamera di un temperamento forte e di un carattere determinato e amante del brivido, un sorriso che mai è mancato, nemmeno al momento della scoperta della malattia.

Ma chi era Nadia? Com’è arrivata alla notorietà? Nadia Toffa Nasce a Brescia il 10 giugno 1979 e sin da piccola è sempre stata un “calincanto” e cioè una contraddizione. Per il suo fiorire quando attorno a lei gli altri stavano ancora dormendo, per il suo essere sempre la prima così come da insegnamenti del padre che l’aveva cresciuta, insieme alle due sorelle, con la consapevolezza che nella vita occorre essere Numeri Uno. Arrivare secondi non conta, è una sconfitta. Nadia, detta Na o Nanetta, ha fatto di questo insegnamento il proprio mantra, la propria filosofia del vivere. E così la vediamo leccarsi le proprie ferite, la vediamo medicarsi da sola quando cade dalla bicicletta per non chiedere aiuto alla madre che altrimenti le avrebbe impedito di correre certi rischi e che dunque l’avrebbe privata di quella per lei essenziale adrenalina, la vediamo ergere una corazza che la porta ad avere un carattere spigoloso che mai rivela le proprie fragilità, la vediamo non mostrare mai il fianco, la vediamo sempre pronta a combattere per i suoi obiettivi e il suo lavoro.

 

Laureatasi in lettere con percorso storico-artistico, Na non si sottrae alle fatiche lavorative e conquista quanto prima la sua indipendenza. Ed è soltanto dopo un provino in un centro commerciale fatto più per mettersi alla prova che per un vero interesse per il teatro e dopo quasi cinque anni di gavetta in Retebrescia con massimo impegno e scarsissime risorse, che Nadia comincia a bussare alla porta di Davide Parenti. Il colloquio con un venditore porta a porta le fa ritenere di potercela fare e così, per ben due anni, si cimenta in inchieste che sempre e categoricamente vengono rifiutate. Fino a quel sì. Un sì che la porta ad appostamenti, ad infiltramenti, alla realizzazione di servizi sull’anoressia, sull’abuso sessuale su minori, sulle presunte truffe compiute dalle farmacie a danno del sistema sanitario nazionale, sulla proliferazione delle slot machine (attività, questa, che l’ha portata a scrivere sul fenomeno dell’azzardopatia in Italia con un’opera intitolata “Quando il gioco si fa duro”, 2014), sullo smaltimento illegale dei rifiuti in Campania, per mano della camorra, sul crescente tasso di tumori nel “triangolo della morte” tra Napoli e Caserta, quella sulla “terra dei veleni” a Crotone e tante altre ancora.

Una grande umanità, mixata a grande professionalità, una grande meticolosità e un carattere spumeggiante che non potevano che renderla una delle colonne portanti del giornalismo italiano.

Tuttavia, qualcosa è successo. Qualcosa è riuscito a fermarla. E quel qualcosa si è chiamato cancro. Era il 2017, Trieste era il luogo che la stava ospitando poiché come al solito era dedita al cento per cento al suo lavoro cercando di smascherare un sindacalista che da mesi non pagava le sue dipendenti. Era un giorno come un altro in cui, però, si sentiva rallentata e dimentica. Cosa stranissima per lei che è sempre stata sul pezzo, che non ha mai dimenticato alcunché. Un tonfo, il trasferimento in elicottero, la diagnosi, l’intervento chirurgico d’urgenza, la stampa, la notorietà così difficile da gestire, la battaglia, la recidiva, la morte.

Mai ha smesso di combattere Nadia. Nemmeno per un istante. E con “Fiorire d’inverno” la riscopriamo in quella fragilità che ha sempre cercato di celare, di non mostrare. E la ritroviamo con quella tenacia e forza di volontà che sempre l’hanno caratterizzata. Conosciamo la sua infanzia, il suo percorso lavorativo, restiamo colpiti dal suo temperamento e dal carattere così grintoso e mai auto-commiserativo e apprendiamo anche di quei mesi così difficili in cui le cure si sono sostituite alle dirette e in cui oltre che al proprio dolore e alla propria battaglia ha dovuto far fronte anche a quella dettata dai meccanismi mediatici.

La storia di Nadia è la storia di tante altre persone che giorno dopo giorno sono costrette ad affrontare una malattia che si manifesta senza preavviso, per la quale non si è mai preparati e che con grande aggressività non teme di strappare il malcapitato di turno da tutto quel che ha. E come tutte queste storie, quella di Nadia ci insegna a celebrare la vita, a viverla, a non arrenderci mai. Anche quando un lieto fine non è stato scritto per noi.

«Attraverso il corpo mi ha riportato vicino a un sentire profondo, alla realtà degli affetti più puri. Mi sono fermata e intorno a me c’era tutto l’amore di chi mi è stato accanto e lo è tutt’ora, tutto l’amore del mondo diffuso nell’aria, ovunque. Il cancro è stato un ponte tra me e le emozioni più intense, selvagge, sottili, quelle che ho tenuto sempre a freno, imbrigliate dal desiderio di controllare, dirigere, pianificare. Dalla paura

Demetra

Il silenzio della collina, Alessandro Perissinotto

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Ha aspettato fino alla fine Bartolomeo Boschis, fino al momento della certezza di non aver più possibilità alcuna di guarigione, prima di informare il figlio Domenico Boschis della sua precaria condizione di salute. Nato ad Alba, provincia di Cuneo, il 1° giugno 1967, il cinquantenne è un attore del piccolo schermo che fino ai pochi giorni precedenti a quella chiamata non aveva nemmeno idea di che cosa fosse un Hospice. Che fare? Come comportarsi con quell’uomo con cui ha da anni interrotto ogni rapporto e con cui mai ne ha avuto uno vero e proprio? Come giustificare un padre padrone violento, burbero, anaffettivo che nella vita tutto si è preso con la forza, perfino sua moglie? Di cosa rimproverarsi allora se l’imminente scomparsa dell’uomo che si trova disteso nel letto di questo luogo di ultima dimora terrena non gli squarcia l’anima?

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