Pulp – Una storia del XX secolo – Charles Bukowski

 

Alla cattiva scrittura“.

Questo romanzo breve di Bukowski si apre con una dedica che è un monito di ciò che il lettore troverà. Infatti lo stile di questo testo è tutt’altro che esteticamente ricercato, ma in questo caso la forma è funzionale alla sostanza perché contribuisce a caratterizzare il protagonista e voce narrante delle vicende: l’investigatore privato Nick Belane.

Chiara parodia di Rick Blaine del film Casablanca, questo uomo goffo di mezza età è lo stereotipo del perdente: alcolizzato, perseguitato dai debiti e dalla sfortuna, sempre sull’orlo della depressione. Ed è dal suo punto di vista che le vicende ci vengono narrate, attraverso una sorta di diario.

La trama di questo romanzo è surreale: il protagonista si trova a indagare con naturalezza su casi assolutamente assurdi che gli sono affidati da personaggi altrettanto incredibili.

La Signora Morte, che vuole cercare lo scrittore francese Céline che le sarebbe sfuggito; il ricco e vecchio Jack Bass che vuole scoprire se la sua giovane e formosa moglie lo tradisce; Groovers che vuole liberarsi dell’aliena Jeannie Nitro, e infine il misterioso Barton, che con le sue raccomandazioni fa avere a Belane tutti questi lavori, e che è alla ricerca dell’introvabile Passero Rosso.

Le indagini si snodano tra il suo ufficio e i bar di Los Angeles e le storie si intrecciano via via tra loro, componendo un puzzle visionario, davanti al quale Belane si dimostra assolutamente inadatto, ma non di meno, a suo modo tenace.

Più importante degli eventi in sé, è la filosofia di Balane/Bukowski che emerge nel corso della narrazione. Il detective alterna momenti in cui si definisce, col suo patetico linguaggio da macho “il più dritto di L.A.” e momenti di depressione e di crudele critica verso se stesso:

Ero dotato, sono dotato. A volte mi guardo le mani e mi rendo conto che sarei potuto diventare un grande pianista o qualcosa del genere. Ma che cos’hanno fatto, le mie mani? Mi hanno grattato le palle, hanno scritto assegni, hanno allacciato scarpe, hanno tirato la catena del water. Ho sprecato le mani. E la testa”

La ricerca di un senso dell’esistenza è ricorrente e nel romanzo si respira una continua atmosfera di morte, che appare tanto più evidente se si contestualizza quest’opera che fu l’ultima dell’autore statunitense, già seriamente malato e consapevole che la fine fosse vicina.

L’ esistenza era non solo assurda, era un duro lavoro, puramente e semplicemente. Pensate quante volte vi infilate la biancheria intima, in tutta la vita. Era spaventoso, era disgustoso, era stupido.”

La visione cinica e nichilista dell’autore è cosa nota e quasi proverbiale, così non c’è da stupirsi che sia ben rappresentata anche in questo testo, ma leggendo attentamente, in mezzo a tutto questo nero e grigio, si possono notare anche spiragli di luce:

Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia un senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli dà quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico.”

Il finale di questo interessante libro sperimentale, che non vi svelo, vi lascerà esattamente in questo stato. Buona lettura.

                                                 Gabriele Levantini

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