E venne chiamata due cuori – Marlo Morgan

Si dice che ogni libro vada interpretato alla luce del contesto storico e sociale che l’ha generato, perché non è che il prodotto dello zeitgeist, ovvero dello spirito del suo tempo. Quest’opera di Marlo Morgan è senz’altro un ottimo esempio da portare a supporto di questa affermazione.

Era il 1990 e la giovane autrice statunitense, che fino ad allora aveva lavorato nel campo dell’agopuntura e delle medicine orientali, intraprese un viaggio in Australia dal quale tornò cambiata. Invitata infatti a ricevere un premio da una tribù aborigena, finì a girovagare con loro per quattro mesi nell’outback (deserto) fino alla sua completa trasformazione interiore.

Una volta tornata negli USA mise nero su bianco la sua esperienza. Ma come fece questo diario di viaggio inizialmente auto-pubblicato con il poco felice titolo di “Mutant Message Down Under” a diventare in pochi anni un bestseller internazionale con centinaia di migliaia di copie vendute e traduzioni in tutte le lingue principali?

Uno dei motivi di questo successo straordinario e insperato di quest’opera non è tanto la sua bellezza letteraria, che pure non manca, ma il fatto che le esperienze narrate dalla Morgan in prima persona e dichiarate assolutamente vere, erano cariche di fatti magici, soprannaturali e, in generale, davvero incredibili.

Fu solo alcuni anni dopo, messa di fronte all’evidenza delle prove, che ammise che i fatti narrati erano in parte romanzati. La verità che venne poi faticosamente fuori fu che in realtà la Morgan non fece che un breve viaggio in Australia, e che i suoi contatti con gli aborigeni furono scarsi o nulli. La dimostrazione di questo, la possiamo ritrovare anche nelle descrizioni ampiamente inesatte dei loro usi e costumi.

Nel 1996 si raggiunse il massimo della controversia quando la United Artists acquistò i diritti del libro per farne un film, e un gruppo di Anziani delle tribù aborigene si recarono negli Stati Uniti chiedendo di non realizzare una pellicola che per loro non sarebbe stata solo inesatta, ma offensiva. Riusciti nel loro intento, il progetto cinematografico fu ritirato e la Morgan si scusò con loro. Da quel momento, le edizioni del libro riporteranno che si tratta di un romanzo di fantasia.

L’ultimo tassello che manca per poter interpretare correttamente quest’opera, è la sua “morale”, piuttosto esplicita e ben esposta. Vale la pena ricordare che tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 ci fu un gran fiorire, soprattutto negli USA, di quel filone culturale New Age.

La pubblicazione di “E venne chiamata due cuori” si inserisce perfettamente in questo contesto e ne diventa uno dei principali manifesti, contrapponendo lo stile di vita in equilibrio con le “energie dell’universo” della popolazione tribale (Vera Gente) con quella decadente del mondo occidentale. E’ quindi possibile affrontare quest’opera su due livelli di lettura: come documento storico rappresentativo di une ben definita cultura, e come romanzo. Questa seconda strada ci mostra un testo molto ben scritto e coinvolgente, con un linguaggio diretto e fresco. La componente filosofica non è resa con pesantezza e il romanzo risulta molto scorrevole e complessivamente piacevole. Forse, se fosse uscito in un altro contesto storico, non avrebbe raggiunto il successo che i floridi salotti New Age gli assicurarono negli USA del 1990, ma non per questo sarebbe stato un libro di minor valore.

Il mondo moderno cambia in fretta e anche questo filone finì presto fuori moda, così la Morgan si dimostrò purtroppo una meteora, pubblicando solamente un altro libro (“Il cielo, la terra e quel che sta nel mezzo”, 1998) che non raggiunse minimamente il successo dell’opera d’esordio.

Con le dovute differenze, per me “E venne chiamata due cuori” si può avvicinare al cult “On the Road” di Kerouac (questo sì, davvero autobiografico), che ha saputo magistralmente immortalare la Beat Generation ed il suo messaggio e, al tempo stesso, intrattenere e affascinare milioni di lettori in tutto il mondo.

In definitiva, un libro, figlio delle specifiche mode del suo tempo ma il cui valore – credo – gli assicurerà in futuro la promozione allo status di “classico”. Insomma, uno di quei libri che non può mancare nella vostra libreria. Buona lettura.

Gabriele Levantini

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