In nome della madre – Erri De Luca

Ho acquistato questo piccolo libro del controverso scrittore napoletano, su consiglio di un’amica. Sapevo che l’opera trattava delle vicende evangeliche della giovane Maria (Miriàm) e del suo sposo Giuseppe (Iosef) dal momento dell’Annunciazione alla nascita miracolosa del piccolo Gesù (Ieshu), dal punto di vista della madre. Devo ammettere che era il primo libro di De Luca che ho letto anche se l’autore non mi era ignoto, ne conoscevo la biografia ed avevo letto alcune interviste da lui rilasciate. Forse per questo, mi ero fatto l’idea (poi rivelatasi sbagliata) che si trattasse di una rivisitazione della narrazione dei Vangeli in base alla visione dell’autore e dei Testi Apocrifi, un po’ sullo stile de La Buona Novella del mai troppo compianto Fabrizio De André.

Ciò che invece ho trovato mi ha molto stupito, in positivo. Salvo qualche licenza narrativa, la storia aderisce nelle sue parti principali a quanto ritroviamo nei Testi Sacri, ma il punto di vista e la voce narrante sono quelle di Maria, e ciò consente al De Luca di dare un taglio estremamente introspettivo ed intimistico. Il lettore si ritrova totalmente immerso nella psiche e nel cuore di questa giovane straordinaria donna, partecipando ai suoi stati d’animo e lasciandosi trasportare dalla sua determinazione e fede.

La figura di Giuseppe è anch’essa magistralmente rappresentata attraverso la lente della sua promessa sposa, la quale prova per lui un genuino amore e un’incrollabile stima. Spesso questa figura è stata relegata nell’arte sacra in un ruolo di secondo piano, ma non in questo libro. Qui, il padre adottivo di Gesù emerge come un personaggio che, seppur di supporto, appare gigantesco. Si dice che le donne notino tutto ciò che fanno i loro uomini, pur senza dirlo, ed infatti a Maria non sfuggono la coraggiosa opposizione al popolo da parte di Giuseppe, metaforicamente “lapidato al posto suo”, né il suo rispetto pieno di amore, né la sua forza silenziosa.

Gli abitanti di Nazaret giocano un ruolo importante e negativo, costruendo un pesante clima di giudizio e isolamento dei due fidanzati, a causa della gravidanza umanamente inspiegabile di lei. I Romani appaiono invece come una forza oppressiva, minacciosa e crudele, ma sullo sfondo della vicenda. In questi due punto ho in effetti avvertito un po’ di quella critica sociale alla De André che mi aspettavo di trovare leggendo De Luca.

Il lato psicologico dei personaggi è presente nella storia, che non manca di riportare le classiche differenze tra i sessi nell’affrontare i problemi, pur senza incedere eccessivamente in questo campo. Vengono inoltre affrontati temi filosofici come il rapporto tra legge e giustizia -che è poi un pilastro della stessa religione Cristiana- ed accennati temi “femministi”, come il ruolo della donna e la sua uguaglianza con l’uomo. L’unico personaggio che sembra assente è Dio, in quanto mai nominato esplicitamente. L’autore sembra infatti più interessato al lato umano della faccenda, coerentemente con la sua visione agnostica. Ma la presenza divina si avverte comunque, nei sentimenti e nei pensieri di Maria, nella preghiera, nel rapporto con il nascituro Gesù. Dio c’è, ma il lettore è invitato a guardare l’uomo. Anzi, in questo caso, la donna.

Lo stile narrativo non è particolarmente elaborato né elegante, anzi piuttosto asciutto e leggero eppure è assolutamente pieno. In certi passaggi arriva a sfiorare la poesia, toccando il lettore fin quasi alle lacrime. La presenza di alcune citazioni in ebraico antico, del quale De Luca è appassionato, fortunatamente non riescono a scalfire l’intrinseca leggerezza dell’opera. Questa, unita alle sue ridotte dimensioni, la rendono uno di quei libri da leggere tutto d’un fiato. Se vogliamo proprio trovare una pecca, sono i tre canti riportati in appendice, di cui forse si poteva fare tranquillamente a meno perché in realtà non aggiungono nulla alla composizione.

Nel complesso, un libro genuinamente bello, buona lettura.

Gabriele Levantini

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