Per il bene che ti voglio, Michele Cecchini

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Non lo nego, mi sono avvicinata a questo libro per curiosità campanilistica dopo che qualcuno mi fece notare la concittadinanza con l’autore, anche lui lucchese di nascita.

‘Per il bene che ti voglio‘ è la narrazione della vita di uno dei tanti ‘dagos’ (nomignolo per i nostri italiani emigrati negli U.S.A. all’inizio del ventesimo secolo, non propriamente desiderati o attesi a braccia aperte) che dopo molte primavere a cercar fortuna in terra straniera tornavano in patria – chi a testa bassa, chi vantandosi di gloriose e fantomatiche avventure – a conclusione di esistenze sicuramente non noiose ma ricche di tribolazioni e insicurezze.

Il protagonista si chiama Antonio Bevilacqua (che in ‘Merica’ diverrà Tony Drinkwater), un giovane garfagnino di Fabbriche di Careggine che si diletta nell’arte della recitazione cercando di sfondare nello spettacolo, sia in terra natia ovvero prima di lasciarla, girando per la Mediavalle come attore di Maggio, sia oltreoceano quando cercherà in ogni modo di far brillare la luce della sua stella sino a divenire una delle molte controfigure schermatiche di Charlie Chaplin (che detta così sembra un traguardo ragguardevole ma in realtà …)

Antonio non è il classico emigrante del secolo scorso, non si mescolerà mai nella schiera dei miserevoli costretti da fame atavica o meglio dall’unica possibilità di sopravvivenza, è un personaggio privo della drammaticità dettata da reale e concreta povertà in quanto membro di una famiglia benestante del luogo. Lui parte avvantaggiato rispetto ad altri, emigra più per spirito d’avventura che per altro e lo farà con un discreto gruzzolo di liquidità che gli permetterà di non abbassarsi mai ai lavori più abietti e faticosi, caratteristici invece dei molti compatrioti che furono.

Spiritosa e davvero piacevole risulta la lettura delle memorie del protagonista, il quale racconta al narratore i suoi anni di Merica usando – così come pare facessero tutti coloro che rientravano – una lingua particolare, l’italiese, fantastica mistura di vocaboli italiani e inglesi. Un esempio? Tony – ormai anziano – racconta che a Hollywood trovò e sfruttò la sua cianza (chance) …

Questo libro l’ho divorato in pochi giorni e lo consiglierei vivamente a chiunque, per svariati motivi: in primis perché lo ritengo attuale, può avviare a importanti riflessioni visto il nostro delicato periodo storico con le grandi migrazioni di popoli in aumento esponenziale; secondariamente (ma non per importanza) è da sottolineare la bravura dell’autore il quale riesce a descrivere capillarmente e a render bene l’idea delle ‘terre di mezzo’ (e poi quelle di quasi cento anni fa!) di cui la nostra provincia italiana ancora pullula, ovvero la vita semplice ma aspra e certamente più lenta degli abitanti dei paeselli lontani dalle città e grandi centri abitati.

E’ ovvio che un lettore toscano sarà più spronato di altri a leggere il Cecchini in quanto vi potrà riconoscere uno spaccato verace o una similitudine con la propria terra. Per non parlare poi del lettore lucchese … ma quella è tutta un’altra storia. Potrebbe (come me?) avere persino udito con le proprie orecchie, durante l’infanzia, certi aneddoti o vicende accaduti al tale o al tal’altro, che fosse uno dei propri avventurosi antenati o un semplice amico del bis-nonno. Dunque nel caso in cui siate pure iper-sensibili giù con i lacrimoni, perché quando leggerete la pagina del saluto degli emigranti al Volto Santo (n.d.r. il leggendario crocifisso ligneo esposto e venerato nella Cattedrale di San Martino a Lucca) sarà praticamente impossibile tenere a bada l’emozione pensando a quei nostri cari avi di cui avevamo sentito narrare, o anche a tutti gli altri avventurosi sconosciuti alcuni dei quali portarono onorabilmente in alto il nostro tricolore nel mondo: ‘rivederli’ in silenzio, in fila, nella penombra della maestosa e fredda chiesa, a lanciare al volo l’ultimo straziante bacio al Volto Santo pregando e implorando protezione per il lungo viaggio in nave e per la restante vita carica di incognite, è un’emozione pregna di drammaticità e calore che scuoterebbe anche l’individuo più freddo e insensibile di questo pianeta.

E da ‘toscanaccia’ quale sono ho un piccolo sogno nel cassetto: mi auguro che prima o poi venga realizzata la traduzione in lingua inglese … mi piacerebbe che il romanzo venisse letto dai numerosi italo-americani di seconda o terza generazione, i discendenti dei valorosi italiani e delle loro gherle che con sacrificio e stenti lasciarono (e forse nemmeno rividero mai più) la loro stupenda terra natia in cerca di fortuna. Nella provincia di Lucca ad esempio, nei paeselli limitrofi alla città (Lammari, Altopascio) ci furono moltissimi emigranti sia verso gli Stati Uniti che verso le Americhe del Sud. Lo si può ben vedere dal folto numero di iscritti all’associazione “Lucchesi nel mondo”.

Buona lettura a tutti, in particolar modo ai cittadini del mondo!

Lida

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