Follia, Patrick McGrath

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Siamo in Inghilterra alla fine degli anni ’50, in un manicomio criminale alle porte di Londra.
La voce narrante è quella di uno psichiatra che esercita in questo tetro istituto e ci illustra le vicende di un suo collega e relativa consorte la quale ben presto si lascerà andare alla passione per un paziente, il più pericoloso tra l’altro, perché responsabile di uno dei più efferati delitti.

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La bambina che raccontava i film, Hernan Rivera Leiterier

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L’unica distrazione dalla fatica del lavoro e dalla miseria per gli abitanti di un sperduto villaggio di minatori nel deserto messicano in Atacama è il Cinematografo. La piccola Maria Margarita, è l’ unica femmina in famiglia, composta da un padre invalido e alcolizzato e da quattro fratelli, tutti maschi. Non potendosi permettere di andare al cinema tutte le sere e tutti insieme, viene indetto un insolito concorso familiare: a turno ognuno visionerà un film e poi lo racconterà agli altri, una volta rientrato a casa. A vincere è proprio Maria Margarita: è un vero talento nel raccontare i film. Ricrea perfettamente atmosfere, voci, sensazioni viste su Grande Schermo, tanto bene che presto al pubblico familiare si uniscono anche i vicini di casa e poi altri abitanti del villaggio. Molti preferiscono, addirittura, la trasposizione teatrale di Maria Margarita alla visione cinematografica del film. La bambina viene anche chiamata a raccontare film a domicilio, a pagamento. Per la ragazza e per la sua famiglia il momento pare magico: vivono finalmente una po’ di gioia, riscattati dalla miseria e dal degrado in cui sono abituati a vivere. Ma anche la magia svanirà presto. Anche se non direttamente responsabili, l’arrivo della televisione nel villaggio e un atto di brutale violenza daranno il via a una serie di accadimenti che porteranno allo sfascio la famiglia di Maria Margarita. La carriera di “raccontatrice di film” della giovane si chiude per sempre e tutto precipita.

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L’amico ritrovato, Fred Uhlman

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L’importanza di un buon incipit, che si tratti di un racconto breve o di un romanzo, non sovrasta né sminuisce il valore e la necessità di un finale sapiente e risolutivo.

Per questo motivo e perché trattasi di un insegnamento classico, semplice, diretto e se vogliamo obbligato nella vita di un lettore curioso, ho assaporato di recente le righe di un libro scritto da Fred Uhlman negli anni ’70, ‘L’amico ritrovato’, quel volumetto a metà tra il romanzo e il racconto di cui lui stesso parlava in termini assolutistici, ovvero come il ‘suo’ libro, l’opera principale e di spicco che sarebbe sicuramente durata nel tempo.

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Soffocare, Chuck Pahalaniuk

 

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L’autore narra con una scrittura diretta e molto colorita la vita disadattata di un giovane americano che oltre al lavoro poco remunerato si trova ad inventare uno stratagemma truffaldino per racimolare soldi e pagare le consistenti spese della clinica psichiatrica in cui è ricoverata sua madre.

Dalle pagine di questo scrittore statunitense che arrivò al successo con il primo romanzo “Fight Club”, divenuto poi un best-seller, emerge un’immensa e devastante solitudine: nessuno resta immune dalla descrizione cruda e a tratti volgare di una vita di stenti che combatte – o crede – quel lento e deprimente ‘navigare a vista’ tramite l’inconscia escamotage della sesso-dipendenza.

Si nasce soli e si muore soli”

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Guerra e pace, Lev Tolstoj

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La prima volta che lessi Guerra e pace ero molto giovane; ricordo che ne rimasi colpita soprattutto da aspetti che oggi, con occhi di adulta, non posso che giudicare superficiali.

Mi avevano suscitato interesse soprattutto Natasha e il suo rapporto con il principe Andrej e, Pierre e il suo amore per Natasha. Oggi che di acqua sotto i ponti ne è passata abbastanza, trovo che dopo aver letto questo libro difficilmente riuscirò a leggere altri autori senza fare confronti.

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Ho cercato il tuo nome, Nicholas Sparks

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Se gradite una storia che vi faccia sognare e vi accenda il cuore di emozioni, questo è il libro per voi. Mannaggia, forse ho sbagliato i tempi, avrei dovuto leggerlo molti anni fa, quando ero una dolce donzelletta che credeva nel Principe Azzurro, allora sì che mi sarei lasciata cullare dall’idillio tra il marine americano e la giovane mamma di provincia! Ma va bene così, il romanzo l’ho ricevuto in dono da mio figlio, un ragazzo ‘speciale’ terribilmente innamorato dell’amore, quindi ho subito pensato di onorare il suo gesto leggendolo tutto d’un fiato…

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Per il bene che ti voglio, Michele Cecchini

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Non lo nego, mi sono avvicinata a questo libro per curiosità campanilistica dopo che qualcuno mi fece notare la concittadinanza con l’autore, anche lui lucchese di nascita.

‘Per il bene che ti voglio‘ è la narrazione della vita di uno dei tanti ‘dagos’ (nomignolo per i nostri italiani emigrati negli U.S.A. all’inizio del ventesimo secolo, non propriamente desiderati o attesi a braccia aperte) che dopo molte primavere a cercar fortuna in terra straniera tornavano in patria – chi a testa bassa, chi vantandosi di gloriose e fantomatiche avventure – a conclusione di esistenze sicuramente non noiose ma ricche di tribolazioni e insicurezze.

Il protagonista si chiama Antonio Bevilacqua (che in ‘Merica’ diverrà Tony Drinkwater), un giovane garfagnino di Fabbriche di Careggine che si diletta nell’arte della recitazione cercando di sfondare nello spettacolo, sia in terra natia ovvero prima di lasciarla, girando per la Mediavalle come attore di Maggio, sia oltreoceano quando cercherà in ogni modo di far brillare la luce della sua stella sino a divenire una delle molte controfigure schermatiche di Charlie Chaplin (che detta così sembra un traguardo ragguardevole ma in realtà …)

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Trappola per Topi – Agatha Christie

Interno, giorno. L’ufficio dell’impresario è come ci si aspetta: polveroso e pieno di copioni accatastati ovunque. Impresario e regista si squadrano dai due lati di una scrivania.

Impresario: lei mi sta veramente proponendo di allestire una nuova versione di Trappola per topi? La stessa Trappola per topi che a Londra è in cartellone ininterrottamente da 64 anni al St. Martin’s? La stessa Trappola per topi che il pubblico conosce ormai a memoria?

Regista: proprio quella, caro signore!

Impresario: ma perché mettere in scena un testo datato e ormai così noto che tutti sanno chi è il colpevole? Che attrattiva può avere un’opera del genere per il pubblico di oggi?

Regista: ma, amico mio, nessuno va più a teatro o legge un giallo simile unicamente per scoprire il colpevole! Quella è solo una parte del divertimento. Ciò che rende questo testo un evergreen (e lo è, badi bene!) è la sua freschezza, anche per un fruitore del 21° secolo. La trama è un meccanismo a orologeria praticamente perfetto, talmente perfetto che lo spettatore o il lettore non ha tempo di accorgersi che in effetti, tecnicamente parlando, forse non è uno dei migliori lavori della Christie, almeno quanto a originalità.

Impresario: ecco, appunto! La trama non è esattamente quanto di più geniale abbia scritto la Christie: c’è il classico gruppo di persone intrappolate loro malgrado tutte insieme nel classico luogo isolato dalla classica nevicata. Segue il classico cadavere…

Regista: ma non il classico investigatore! Ammetterà che in questo caso il sergente Trotter non è l’Hercule Poirot di turno. E la trama comunque riserva parecchie sorprese.

L’impresario alza gli occhi al cielo e sospirando si accinge a spiegare al regista la sua opinione.

Impresario: ma il pubblico, degli spettatori o dei lettori, cerca testi nuovi e in generale gialli un po’ più… movimentati, non so se mi capisce. Roba più moderna, diretta, qualche inseguimento, sangue che scorre, cose così. E poi anche la protagonista, quella Mollie… è troppo rassicurante! Le donne non si identificano con lei e certamente non colpisce l’immaginario maschile.

Il regista si spinge fino sull’orlo della sedia e sbatte le mani sulla scrivania con un gran tonfo.

Regista: capisco dove vuole arrivare. Il libro è stato scritto nel ’52 e si sente. Ma è proprio questo che funziona. In mezzo a tanta letteratura gialla mediocre, questa è una storia che ha il fascino del retrò. Sa di tè con  i biscotti e di centrini orlati di pizzo. Vogliamo parlare poi dei personaggi? Prenda la signora Boyle, per esempio. La classica zitella acida che lavora a maglia e ha da ridire su tutto e tutti. O Christopher Wren, la versione della Christie di uno scapestrato nevrotico. O il maritino Giles, geloso quanto basta, non proprio una cima ma solido e onesto come una vecchia credenza di mogano. E che dire di Paravicini, il jolly nel mazzo, l’elemento che scombina e disorienta. Sì, forse i personaggi sono un po’ stereotipati, ma ognuno è al posto giusto e gli ingranaggi dell’intreccio girano in maniera impeccabile, senza sbagliare un colpo. Ci sarà un motivo se da più di sessant’anni quest’opera è rappresentata ogni giorno e continua a emozionare e divertire. Caro amico, qui si parla del classico dei classici. Ma non solo, di un classico divertente, con un’ineccepibile alternanza tra suspence e ironia. Mi dia retta, gialli così oggi non se ne scrivono più!

Impresario: beh, in effetti… la Christie è sempre una garanzia… e ricordo che anch’io quando lessi il libro lo trovai così… efficace. Tutti i tempi calibrati, nessun calo di tensione, i dialoghi così vivaci e serrati. Sì, è un testo invecchiato davvero bene. Anzi, non è invecchiato affatto. Va bene amico, mi ha convinto, che Trappola per topi sia.

Regista: ottimo! Ho giusto due idee per il cast di cui vorrei discutere con lei. Visto che Brad e Angelina non vorranno più lavorare insieme, che ne pensa di George e Julia? No? Meglio Scarlett? Aspetti, ma dove va… ho un sacco di altre idee geniali…

 

Alessandra Ghilardi e Alessandro Rossi

Paradiso e inferno, Jón Kalman Stefánsson

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Paradiso e inferno, J. K. Stefànsson

 

Dopo aver sentito tanto parlare di questo autore, mi sono finalmente decisa ad affrontarlo e devo ammettere che ne sono rimasta piuttosto soddisfatta.

Per prima cosa ci tengo a sottolineare che per leggere questo libro bisogna essere ben predisposti e sapere a cosa si va incontro, la scrittura di Stefansson non è certo tra le più semplici.  Si tratta di un autore molto interessante proprio per lo stile intenso, crudo, diretto, molto poetico e che a tratti può risultare lento e pesante. Lo scrittore stesso, in alcune interviste, ha spesso affermato di ispirarsi alla poesia perchè la ritiene la forma di espressione più profonda, l’unica capace di commuovere gli animi umani. Le sue prime opere letterarie infatti, sono state raccolte poetiche.

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Aspettando Bojangles, Olivier Bourdeaut

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Aspettando Bojangles, Oliver Bourdeaut

Questo è un libro sopra le righe, un libro non convenzionale. Sono certa che non tutti lo potranno apprezzare, alcuni lo riterranno senza dubbio eccessivo e surreale per il modo in cui vuole trasmettere il suo messaggio.
Personalmente, mi ritengo abbastanza soddisfatta da questa lettura anche se per un certo verso ci ho trovato anch’io qualcosa che va eccessivamente oltre il limite. Io amo le storie con trame particolari ma questa è una storia reale affrontata in modo surreale. Ed è ben diverso dall’essere una storia surreale in sè. Mi spiego meglio: Murakami, autore che amo molto, racconta storie di per sè ambientate in mondi onirici e del tutto prive di un filo logico per passare un messaggio. In questo caso invece, Bordeaut racconta una storia concreta e i suoi protagonisti cercano un modo surreale per affrontare la realtà, sembrano quasi voler fuggire ad essa. Ed è proprio questo aspetto che mi ha lasciato un po’ dubbiosa.

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